Quattro giovani romani si sono recati a Itacuruba dove don Boumis, sacerdote fidei donum della diocesi di Roma, opera da quattro anni. Si sono occupati anche del gruppo scout, condividendo la vita quotidiana

Articolo di Roma sette (www.romasette.it)

Itacuruba dista otto ore di macchina dal più vicino aeroporto. Ha pochi abitanti per essere un comune brasiliano: cinquemila. Ma ha gli stessi problemi delle megalopoli sudamericane: disoccupazione, depressione e povertà, non solo materiale ma anche affettiva. Il 60% della popolazione è composta da minorenni. È con loro che don Paolo Boumis, sacerdote fidei donum della diocesi di Roma, ha quotidianamente a che fare ormai da quattro anni. Oltre a occuparsi della parrocchia, gira le scuole del paese, una media e un liceo, e ascolta le storie dei più piccoli, degli indifesi: «intere mattine ad asciugare i lacrimoni di bambini e bambine a cui i “genitori” non sanno dare nemmeno una carezza».
I ragazzi di Itacuruba raccontano «le violenze subite, gli abusi sessuali in famiglia, storie di disprezzo o semplicemente di scarsa o nulla attenzione alle esigenze affettive di una creatura di 11-13 anni». Per chi arriva dall’Europa, non è facile inculturarsi, «un missionario – ama ripetere don Paolo – deve apprendere, con dolori di parto, che generare comunione con un popolo differente dal suo, è opera lunga e sofferta». Ad agosto, quattro giovani romani sono andati a “scuola di missione” da don Paolo. Valentina Fasan di San Giuliano Martire e Giulia Schirripa, della parrocchia di Gesù di Nazareth, hanno portato la loro esperienza scoutistica agli Escoteiros do Sao Francisco, il gruppo fondato da don Paolo due anni fa con l’aiuto del Centro missionario diocesano.
«Sono rimasta spiazzata – racconta Giulia –. Non c’è stata diffidenza da parte loro, ci hanno subito accolte come amiche, ci hanno amato per il solo fatto che fossimo lì a occuparci di loro». Tra un nodo del Cappuccino e un ripasso all’alfabeto Morse, il cuore di Giulia si è addolcito a Itacuruba: «Quei ragazzi ci volevano bene e facevano di tutto per dimostrarcelo. Qui da noi non è così. Mi hanno insegnato a mettere da parte alcune mie rigidità, le ansie immotivate. Sono più serena perché oggi, invece di correre, provo a camminare per assaporare le piccole cose belle della vita». Elena Celli e Alessandro Fabrizi sono arrivati a Itacuruba dall’ex parrocchia romana di don Paolo, San Policarpo, dove si occupano del servizio con i ragazzi disabili.
«Abbiamo saputo di questa possibilità di raggiungere don Paolo in Brasile – racconta Elena, 18 anni, studentessa di economia – e siamo partiti senza pensarci troppo. Forse anche per questo all’inizio è stato difficile, non sapevamo bene di cosa occuparci. Pian piano abbiamo creato un gruppo d’incontro con gli adolescenti della parrocchia con cui ci vedevamo tutti i pomeriggi». È stato un lavoro lento ma paziente, «seguivamo don Paolo a scuola, nei villaggi vicini, conquistandoci l’amicizia di questi ragazzi che hanno imparato troppo presto a dover essere adulti». Agli amici che gli chiedono un aneddoto del suo periodo in Brasile, Alessandro racconta di quella ragazzina delle medie che gli chiese se in Italia le case fossero davvero tutte costruite in mattoni; «eravamo appena arrivati, è stato il primo shock per me. Da lì è iniziata una lunga serie di emozioni, di felicità e commozione che porterò con me a lungo».
I quattro giovani romani racconteranno le proprie testimonianze il prossimo 18 ottobre, nel corso della Veglia missionaria a San Giovanni in Laterano. «Più le comunità parrocchiali sanno mettersi in ascolto della missione – sottolinea don Michele Caiafa, del Centro missionario diocesano -, più progetti come questo possono essere implementati. Le nostre comunità abbandonino ogni provincialismo, si aprano al mondo attraverso i loro giovani per fare di loro veri e propri “imprenditori della missione”».

17 settembre 2018