Lettera di Don Paolo Boumis, missionario fidei donum romano in Brasile.

Itacuruba, 28 luglio 2018

Carissimi tutti,

cerco di condensare in questa pagina le fotografie di questi ultimi due mesi trascorsi ad Itacuruba. Fotografie di diversi colori: alcune in bianco e nero, per mostrare con più violenza il contrasto tra la luce e il buio… altre a colori tenui e delicati, altre con i toni accesi del sole e del cielo azzurro, pulitissimo, del mio Sertão.
Negli ultimi giorni di Maggio e per buona parte di Giugno ho ripreso le visite alle scuole per conversare con i ragazzi: in particolare mi sono concentrato su quella che da noi sarebbe la scuola media. Intere mattine ad asciugare i lacrimoni di bambini e bambine a cui i “genitori” (con molte virgolette) non sanno dare nemmeno una carezza. Storie di violenza domestica, di abuso sessuale, di disprezzo, o semplicemente di scarsa o nulla attenzione alle esigenze affettive di una creatura di 11-12-13 anni. Una delle storie che più mi ha ferito, anche se è stata l’occasione di iniziare una bellissima amicizia con una di queste piccole, è quella di Joice. che per quasi un’ora mi ha descritto, con impietoso realismo, quanto sua madre ed il suo attuale compagno (violento, alcolista e perditempo), non sappiano assolutamente occuparsi di lei. Quest’uomo, lo scorso anno aveva picchiato così violentemente la donna, da farle perdere il bambino al sesto mese di gravidanza… Non c’è stato verso, né con le strutture pubbliche, né con la polizia, di convincerla a lasciarlo. Questa mamma è lo specchio della miseria mentale e morale delle ultime classi della mia gente: quasi senza denti, obesa e analfabeta, però morbosamente attaccata a colui che le ha fatto tanto male. Non credo di raccontare cose, purtroppo, nuove per l’Italia. Ma il contesto in cui questo avviene, cioè una casa di fango ripiena di bottiglie di liquore, in cui si urla dalla mattina alla sera, peggiora molto la situazione. La cosa che mi ha fatto piangere insieme a Joice, è la sua tristezza per il giorno del suo compleanno: la mamma, dopo molte insistenze, ha organizzato una specie di cena, ma ha invitato solo i suoi quattro amici e non le amichette di Joice, e lui… non le ha fatto gli auguri. Perdonatemi se può sembrare patetico, ma vi assicuro che non è così. In Brasile il compleanno è una festa sacra, che smuove intere famiglie addirittura ad affrontare viaggi per non mancare all’appuntamento. Una bambina che non ha nulla, che mai si sente abbracciare con amore, che non riceve mai un complimento, se nemmeno il giorno del suo compleanno può sentirsi un po’ importante, soffre terribilmente. E non è una cosa da bambini, ve lo assicuro.
Nella casa a fianco abita Stefany, che porta con sé le ferite di un terribile stupro subito a sei anni di vita. Raccontarmi questo dolore è stato molto faticoso per lei, ma ancora una volta la fiducia e la tenerezza hanno fatto il miracolo. Mi ha detto tutto, senza reticenze, e anche con lei abbiamo iniziato una amicizia che mi riempie di orgoglio e pace. Mi ha descritto la voglia di morire, la fuga da casa, la morte (qualche anno fa) del suo patrigno colpevole e un dramma nel cuore che la faceva sentire diversa e inferiore: non aveva ricevuto il battesimo. Purtroppo qui spesso accade che, per retaggi ancestrali di superstizioni “cattoliche” predicate da chissà quale missionario, il linguaggio usato per definire un bambino non battezzato, in questa terra, sia “pagano” o, peggio, “dannato”. E la mia Stefany si sentiva così. Le ho detto immediatamente: “Ma io ti battezzo anche subito, se vuoi!”. Non posso non commuovermi al ricordare le sue lacrime di gioia, finalmente, di un cuore liberato per sempre dalla paura, e dell’abbraccio, il suo “Grazie!” e la fiducia ritrovata in Dio, in se stessa e, molto indegnamente, attraverso di me, nel mondo degli adulti.
La festa del battesimo è stata bellissima, nella cappellina di Santa Barbara del suo villaggio: chiesetta di fango, ma quel giorno piena di fiori. Stefany vestita da sposa, pronta a rispondere da sola a tutte le domande. Una gioia grande e pura. Diceva il grande De André: “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”. Non finirò mai di dirlo. Qui succede tutti i giorni. Ormai tutte le mattine, Joice e Stefany, quando vanno a scuola, entrano in chiesa, dove sto pregando o celebrando la messa e vengono ad abbracciarmi e a ricevere la benedizione. A loro (e solo a loro) concedo il privilegio di interrompere la celebrazione per questo rito “personale”!
Altre fotografie importanti: la parrocchia, seguendo il piano pastorale diocesano, sta iniziando il cammino per impiantare la Pastoral do dìzimo, cioè l’organizzazione parrocchiale di partecipazione corale al sostentamento economico della comunità. In Brasile è una pratica molto diffusa e importante. Le persone o le famiglie si impegnano mensilmente a donare una somma liberamente scelta, per la parrocchia. Il culto, l’evangelizzazione e la catechesi, la formazione dei laici, il sostegno del clero e la carità sono tutte realtà che si sviluppano a partire dal Dízimo (la decima). Qui ad Itacuruba, per la complessa storia di dipendenza che sapete, l’idea stessa di poter contribuire volontariamente ad una cosa bella di cui si fa parte volentieri, come la parrocchia, è un concetto sconosciuto o quasi. Qui tutti sono solo abituati a ricevere: dalla Compagnia Idroelettrica, dal sindaco, dal parroco o dal politico di turno. Lo sforzo che sto facendo è cambiare pian piano la mentalità, perché la parrocchia impari a valorizzarsi e a camminare con le sue gambe. Timidamente la cosa si sta sviluppando: speriamo che pian piano i frutti arrivino.
Una foto bella e di sola grande gioia è quella di Martino, il figlio di Idalina, segretaria della parrocchia, fac-totum della casa parrocchiale, catechista storica e Akela dei Lupetti. Un bimbo paffuto di quasi 5 kg. pieno di capelli, nato l’otto di giugno, che considero un po’ come “nipotino”, perché Idalina e José Carlos, suo marito, mi hanno chiesto di essere padrino del Battesimo. È un’investitura di responsabilità e un atto di estrema confidenza che mi fa entrare nella loro famiglia. Con queste bellissime persone vivo il quotidiano del lavoro e della vita parrocchiale: Idalina mi ha accolto quando sono arrivato quasi quattro anni fa, e si è creato un rapporto molto bello di amicizia profonda. Il nome Martino l’ho suggerito io, perché è il nome del Santo che con la sua carità fece a metà con il povero e fece sciogliere la neve. Che il piccolo Martino cresca con questa luce di amore nella sua vita. Di secondo nome, a mia insaputa, lo hanno chiamato Giorgio, come mio papà… Una sorpresa nella sorpresa!
Infine le foto che verranno: sono alla vigilia dell’arrivo dei quattro giovani di Roma, che passeranno qui una ventina di giorni di lavoro volontario con gli Scout e i bambini della parrocchia. L’otto di Agosto andrò a Recife a prendere Giulia, Valentina, Alessandro e Elena e con loro vivremo l’esperienza entusiasmante della missione, dell’incontro, del dono. Pregate perché la loro presenza ci aiuti a vivere con gioia e coraggio le sfide dell’evangelizzazione e dell’educazione dei piccoli, e che loro, una volta tornati a Roma, possano fare tesoro per tutta la vita dell’incontro vivo con un popolo così bello.

Un grande abbraccio.

Don Paolo