In questo momento la parola vera che mi nasce spontanea dal cuore è Grazie. Grazie a voi qui presenti e grazie a chi ha organizzato questa giornata.

Non posso negare che mi trovo un po’ disorientata perché mai e poi mai avrei sognato questo giorno.

Noi abbiamo sempre lavorato nella semplicità, nel silenzio e nel nascondimento, condizione essenziale per chi lavora in terre musulmane.

Sono una missionaria della Consolata e questa è una gioia grande per me e non ringrazierò mai abbastanza il Signore per il grande dono della vocazione e della missione.

Ho trascorso 52 anni di Africa: 40 in Somalia e 12 in Djibouti.

La mia missione è sempre stata con i musulmani ma devo confessare che in 50 anni non ho mai convertito nessuno; con loro mi sono trovata bene, mi hanno sempre rispettato, aiutato e difeso.

Allora la mia missione è stata inutile, come qualcuno ha tentato di farmi capire?

NO……..io mi sento missionaria al 100 % perché il nostro carisma è per i non cristiani; il nostro Beato Fondatore Giuseppe Allamano ci esortava ad essere fedeli alla missione anche con rischio della vita. La mia vita l’ho donata al Signore e in LUI ho cercato di amare i fratelli e sorelle che il Signore ha messo sul mio cammino, testimoniando loro l’Amore che Dio ha per ogni creatura.

Pur nella mia fragilità ho cercato sempre di amare tutti, piccoli e grandi, sentire tutti come fratelli, aiutandoli nelle loro necessità, cercando sempre il loro bene per renderli migliori.

Papa Francesco parlando al popolo delle isole Maurizio disse: “Voi avete tante lingue ma la lingua del Vangelo è una sola, la lingua dell’AMORE.

Noi missionarie ci troviamo spesso a contatto con molte lingue e tante volte ci sentiamo come balbuzienti, ma il linguaggio dell’AMORE tutti lo capiscono, piccoli e grandi, anche i disabili, perché quando la persona si sente amata rinasce e si trasforma.

Il linguaggio dell’amore è forza per chi lavora a contatto con la religione musulmana e la testimonianza del vangelo che noi diamo è l’unico libro che loro possono leggere e noi ci rendiamo conto che la gente piano piano assorbe questi valori evangelici che penetrano nella loro vita e li inseriscono nella cultura e nel modo di vivere e di agire.

L’esperienza più forte di dialogo e di comunione l’ho fatta in Somalia durante i 16 anni di guerra vissuti con la gente in una povertà estrema: anni di insicurezza e di rischi, con tutti gli orrori di una guerra che sembrava non aver più fine.

Questa situazione di violenza e di rischio ha creato in noi l’esigenza di una forte comunione. Lo stare insieme con la gente ci dava sicurezza perché tutte ci sentivamo deboli allo stesso modo e tra di noi tutte le barriere erano cadute, le differenze scomparse perché nessuna aveva qualcosa da difendere, nessuno si sentiva migliore dell’altro ma tutti bisognosi della misericordia di DIO, abbandonati alla sua volontà, e nelle mani di Dio tutte ci sentivamo bene.

Dio era sempre il riferimento delle nostre preghiere e delle nostre attese. Allora dal cuore nasce il dialogo vero sincero perché si è davanti a Dio disarmate, senza difese con il cuore libero, pronto a dare e ricevere.

C’è un dialogo fatto di parole e c’è un dialogo di silenzio e di vita.

Stare con la gente nel momento del dolore e del rischio, stare vicini con amore e in solidarietà, lo stare insieme disarmati, abbandonati in Dio solo crea una comunione di spirito e di cuore.

Questo dialogo della vita è molto più profondo; è un dialogo sincero, privo di difese personali; è un dialogo vero che va al cuore di Dio e in Dio si trova l’unità e la comunione. Da qui sgorga la comunione, la pace e il rispetto per l‘altro.

Nel dialogo abbiamo scoperto tanti punti positivi di valori comuni: amore, pace, giustizia, misericordia, verità, difesa della vita, aiuto ai poveri e malati.

Nello stesso tempo abbiamo ricevuto da loro valori molto forti, validi anche per noi:

Fedeltà alla preghiera

Vivere alla presenza di Dio

Abbandono in Dio e alla sua volontà

Condivisione dei beni

Ospitalità

Un altro valore non facile da praticare è il perdono: questo richiede un cammino lungo, faticoso e costante. Solo con un dialogo vero e costante, contemplando la misericordia di Dio verso di noi, si può arrivare al perdono e ritrovare la pace.

In Somalia tutti eravamo a rischio della vita a causa delle bombe e della violenza, tutti ci sentivamo impotenti di fronte a tanto dolore e lo stare insieme era quasi un’esigenza perché il dolore ci univa.

Quando dalle varie ambasciate ricevevamo l’ordine di evacuare a causa dei forti combattimenti e del forte rischio, la gente soffriva e ci diceva: “Non lasciateci soli, senza di voi noi ci sentiamo al buio, con voi ritorna la luce, voi non siete come gli altri, voi siete delle nostre”.

E la conferma ci è venuta nei giorni in cui sono stata rapita dai guerriglieri:

 sono stata tre giorni e due notti in mano a loro, sola in mezzo a 10 uomini armati e con due fucili sempre spianati verso di me.

La mia salvezza sono state le donne musulmane che hanno sfilato per la città gridando:” noi vogliamo la nostra suora” e quando hanno scoperto dove mi trovavo hanno accerchiato la casa e sono state lì giorno e notte finché non mi hanno liberato.

Possiamo chiederci: chi ha mosso tutte quelle donne musulmane per far liberare una suora cristiana?

Questa è stata una vera Pentecoste.

Devo dire che anche i guerriglieri mi hanno rispettata e non mi hanno fatto alcun male.

La nostra comunità era l’unica presenza religiosa stabile nel Paese, perché la guerra ormai aveva distrutto tutto e annientato ogni simbolo religioso, la cattedrale data alle fiamme, le due grandi torri fatte saltare con un carico di tritolo, il nostro vescovo Mons. Salvatore Colombo era stato ucciso, cosi pure Padre Pietro Turati, la Dott.ssa Graziella Fumagalli, e più tardi anche Anna Lena Tonelli era stata uccisa.

La guerra ha sempre le sue tristi conseguenze di dolore e di morte.

Durante una guerra nessuno si sente sicuro, la gente diceva che le bombe non hanno occhi e nessuno poteva sapere dove sarebbero cadute e tante volte famiglie intere ne venivano colpite.

Alla sera non si sapeva se arrivavamo al mattino e al mattino son si sapeva se arrivavamo alla sera. Ogni mattino ricominciavamo il lavoro con un amore nuovo offrendo la nostra vita a Dio per il bene della nostra gente, sempre abbandonate in LUI solo e alla sua santa volontà.

Mantenere viva questa nostra piccola presenza di Chiesa era il nostro principale impegno; tenere un tabernacolo con Gesù Eucaristia in un mondo totalmente musulmano ci dava sempre nuova energia e nuova speranza.

La nostra Mamma Consolata ci è sempre stata vicina e ci ha difeso da tanti pericoli.

Quando la situazione lo permetteva, ogni tre o quattro mesi avevamo la santa Messa grazie a Mons. Giorgio Bertin e ai nostri confratelli della Consolata.

Noi prestavamo il nostro servizio nell’ospedaletto dell’SOS Kinderdorf nella periferia nord di Mogadiscio.

Questo ospedale durante la guerra era l’unico ospedale che prestava assistenza gratis alle mamme e ai bambini.

24 Su 24 ore era disponibile a tutte le emergenze che arrivavano dalla città e dai vari villaggi… non poche volte anche da 500Km.

Ogni giorno si calcolava un giro di circa 2000 pazienti tra ginecologia e pediatria e questo ci permetteva di stare sempre con la gente, a causa delle continue emergenze, e ci sentivamo ormai come un corpo solo con il popolo.

In questa situazione di dolore e di disperazione il nostro coraggio non diminuiva anzi si rafforzava, pur coscenti del rischio che stavamo vivendo; il pensiero che tante altre vite erano a rischio e avevano bisogno di aiuto e di soccorso ci dava tanta forza. In preghiera e in discernimento tutte avevamo fatto la scelta di rimanere in solidarietà con la gente che aveva urgente bisogno di aiuto. Nessuna di noi si sentiva di partire e di lasciare la gente nel dolore.

In questo contesto è arrivata in Somalia Suor Leonella Sgorbati, ora beata.

Lei è arrivata con tanto amore e tanto zelo per dare un impulso ai giovani, creando qualcosa di nuovo per dar loro una speranza di un futuro migliore. Dal nulla e con niente è riuscita ad organizzare una scuola per infermiere; lei era felice e nei giovani si era riaccesa la speranza di una nuova Somalia.

Solo dopo quattro anni la sua vita venne stroncata, ma la sua opera continua in una Somalia travagliata che lotta per la sua libertà.

Siamo certe che il bene seminato nel cuore delle persone non va mai perso e presto o tardi porterà i suoi frutti.

Suor Marzia Feurra

Roma, 26 ottobre 2019