TESTIMONIANZA PER LA VEGLIA MISSIONARIA DIOCESANA DI ROMA – 18 OTTOBRE 2018

• • PREMESSE PER IL VIAGGIO

Prima di iniziare credo sia giusto sottolineare le premesse che hanno dato vita a questo viaggio. Noi, e penso di poter parlare a nome di tutto il gruppo, quando siamo partiti per il Mozambico concentravamo le nostre aspettative su due verbi in particolare: osservare e incontrare una realtà diversa piuttosto che insegnare, anche perché gli altri erano il nostro obiettivo o meglio la nostra ricchezza. Ovviamente queste considerazioni vengono con il senno di poi.

• • VACANZE

Vi lascio immaginare che io due giorni prima della partenza, ero in vacanza al mare e con eufemismo posso dire che non ero così intenzionato a partire: saranno state le 13 ore di aereo, gli insetti o le malattie, ma non ero proprio tranquillo. Ma alla fine il giorno del viaggio arriva e tutti chi più, chi meno arriviamo all’aeroporto con la consapevolezza di metterci in gioco, magari con le nostre ansie e le nostre paure ma eravamo troppo vicini all’inizio di un’esperienza per tirarci indietro.

• • MAPUTO

Appena scesi dall’aereo a Maputo e non appena saliti sul pullmino per arrivare al villaggio di Mafuiane, mi rendo conto di essere improvvisamente sbalzato in un posto totalmente diverso: mettere piede in Africa vuol dire entrare in un mondo altro. Mi sembrava tutto così confuso così caotico; era tutto diverso, gli odori, i colori, i paesaggi e le persone.

• • LA MISSIONE

Superate le prime difficoltà dell’impatto che per me è stato quasi sconvolgente, siamo arrivati nella piccola missione di Mafuiane che per qualche oscuro motivo mi immaginavo gigantesca, ma che in realtà era molto piccola e modesta. Ecco non mi chiedete come o perché ma in questa missione a migliaia di km da Roma io mi sentivo a casa. C’era una strana familiarità, forse anzi sicuramente dovuta alle persone che ci hanno accolto con così tanta cura. Insomma più che in Mozambico mi sembrava di essere in campagna da mio nonno.
Ci sono 3 esperienze con cui vorrei sintetizzare il nostro breve ma intenso percorso in Mozambico: una comunitaria, una di incontro e una di riflessione.
Sicuramente i ritmi mozambicani non sono così frenetici come quelli romani; anche per noi è stato difficile gestire orari e abitudini così diverse. La sera però quando fra di noi vivevamo e ci raccontavamo le nostre emozioni durante la giornata, le nostre paure e le nostre riflessione, be’ devo dire di essermi sentito poche altre volte così intimamente comunità. Poche volte mi sono connesso ed ho ascoltato con così tanta attenzione qualcun altro. Ecco posso dire che nei nostri occhi si leggeva la felicità di esser partiti insieme, di vivere un’esperienza così profondamente toccante da cambiarci, non solo come individui ma anche come gruppo.
L’esperienza di incontro che in un certo senso mi ha colpito è stata quella nel piccolo villaggio di Goba, se possibile ancor più povero di Mafuiane. E lì ci siamo riuniti insieme ai bambini così piccoli dell’asilo e abbiamo giocato con loro. Vedere come questi bambini giocavano e si relazionavano con noi era semplicemente qualcosa di straordinario. Mentre ero assalito da un gruppetto di questi piccolissimi bambini, per sbaglio due di loro si danno una testata; io preoccupatissimo mi preparo al peggio. Poi però rimango senza parole nel vedere che i due non stavano urlando e piangendo anzi se la ridevano e con gusto per di più. Di certo avere dei “mulumbu”, come ci chiamavano, dei bianchi che giocano con te non è cosa di tutti i giorni però questa esperienza mi ha fatto riflettere. Quei bambini così come molti altri bambini in Africa e nel mondo devono crescere in fretta; le difficoltà e le sofferenze sono davvero dietro l’angolo e credetemi quando vi dico che quel momento, il momento del gioco per i bambini era sacro. Non si piange per una testata: perché quei bambini, che in molti casi sembravano ragazzi già all’ età di 4 anni, avevano altri problema nel loro quotidiano.
Da un punto di vista spirituale il mio incontro con Gesù è avvenuto su uno dei pullmini più scomodi della mia vita, nel viaggio di 10 ore per arrivare a Inhambane. Seduta di fronte a me c’era una bambina che ogni tanto si girava mi guardava e mi sorrideva non con la bocca però, mi sorrideva con gli occhi, mentre io mi continuavo a domandare il perché. Il volto di Gesù per me è il volto di quella bambina: non dice niente ti guarda con una profondità che potrebbe scorgere le pieghe dell’anima e ti sorride. Ancora oggi ripenso agli occhi di quella bambina e sento il suo sguardo vivo sulla mia pelle. Sempre più si concretizzava in noi l’idea che erano le persone che incontravamo ad insegnarci i valori e ciò che conta nella vita e non il contrario.
Il ritorno è stato davvero traumatico; so che può sembrare assurdo ma in due settimane eravamo pienamente entrati nel clima mozambicano e proprio sul più bello mentre stringevamo rapporti e relazioni con il villaggio siamo dovuti tornare a casa. Questo viaggio non mi ha dato delle risposte; non sono partito con l’idea di trovare delle soluzioni, ma sicuramente ho capito quali siano le domande giuste. Da queste mie riflessioni che sto condividendo con voi oggi nasce il mio desiderio di tornare in Mozambico, di andare più a fondo, di pormi nuove domande.
Questa esperienza è stata possibile perché l’abbiamo fatta insieme, da soli nessuno di noi ce l’avrebbe fatta. Per concludere credo sia opportuno citare un concetto mozambicano che racchiude l’essenza di questo viaggio: Ubuntu. Ubuntu in Tsangana significa: “Io esisto perché noi esistiamo”: questo è per noi il messaggio della nostra missione, non siamo individui ma viviamo in funzione dell’umanità. UBUNTU
Alessandro Di Stefano
Parrocchia San Frumenzio